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L'osteotomia di correzione delle deformità degli arti è
uno degli interventi ortopedici di più vecchia data. Il primo
lavoro pubblicato riguardo un'osteotomia di tibia risale al 1875,
quando Wolkmann ricorse a questo intervento per correggere una
deformità dell'articolazione del ginocchio.
Lo scopo di questo intervento è quello di una ridistribuzione
del carico passante attraverso l'articolazione ottenendo così
un ginocchio bilanciato con un carico simmetrico sia medialmente che
lateralmente.
L'importanza di un corretto allineamento post-operatorio è stato
riconosciuta da numerosi ricercatori, anche se ancora si discute su
quale sia realmente la posizione ottimale.
Tutti gli Autori concordano nel ritenere che le deformità in
varo devono essere corrette in valgo.
Esistono delle controindicazioni all'osteotomia tibiale e sono:
- grave deformità in varismo > 15°
- grave deformità in valgismo > 10-15°
- artrosi femoro-rotulea grave
- marcata contrattura in flessione > 20°
- limitazione dell'articolarità < 80°
- età del paziente > 60 anni
Risulta dunque chiaro che l'osteotomia tibiale è una tecnica
che è indicata nei quadri di iniziale artrosi del ginocchio in
pazienti di età inferiore a 60 anni con deformità
dell'arto inferiore in varo/valgo < di 15°.
La misurazione dell'angolo femoro-tibiale rappresenta il metodo
più semplice e più largamente usato. Tale angolo è
formato dall'intersezione a livello dell'articolazione del ginocchio,
degli assi longitudinali del femore e della tibia. Il valore normale
di quest'angolo è di 175° ovvero 5° di valgismo.
L'angolo femoro-tibiale ha un'importanza diagnostica solo quando viene
misurato con radiografie sotto carico, in quanto il carico rende meglio
evidenti perdite di sostanza e/o lassità legamentose associate.
È fondamentale questo tipo di radiografia per fare diagnosi di
gonoartrosi.
L'esame radiografico dovrebbe essere eseguito con il soggetto in
appoggio monopodalico, senza consentirgli
di inclinarsi verso il lato interessato per mantenere l'equilibrio.
Tale angolo varia a seconda del tipo somatico del paziente e può
essere influenzato da una contrattura in flessione. Tuttavia la
semplicità della sua misurazione lo rende la tecnica più usata.
Fatto ciò, l'angolo femoro-tibiale può essere utilizzato da solo
per calcolare le dimensioni del cuneo osseo al fine di ottenere
un'ipercorrezione di 5° e per valutare anche il ginocchio alle
successive visite di controllo.




Un "cuneo"... ma quanto grande?
Se il paziente selezionato per l'intervento di osteotomia presenta un
angolo femoro-tibiale pari o inferiore ai 190° (varismo di 10°) e
l'allineamento post-operatorio lo vorremmo di 170°, è necessario
rimuovere un cuneo di circa 20° dall'estremità prossimale della
tibia.
Tuttavia nella trasposizione pratica del concetto teorico insorgono
delle difficoltà.
È stato dunque stabilito che nei pazienti di sesso femminile
un cuneo di 1 mm permette una correzione di 1°; nei pazienti di sesso
maschile invece la rimozione di 1 mm permette la correzione di 0,8°.
Come ovviare all'ostacolo rappresentato dal perone?
A meno che la base del cuneo non sia interamente al di sopra della
testa del perone, il perone eserciterà un' azione
diastasante impedirà la chiusura dell'osteotomia.
Ciò può essere risolto in diversi modi e io preferisco
l'apertura dell'articolazione tibio-peroneale prossimale (figura C).
Quale metodo di fissazione post-operatoria preferire?
La fissazione delle superfici ossee osteotomizzate consiste
essenzialmente nell'uso di cambre metalliche decalate ideate da
Coventry oppure mediante lama-placca o con fissatore esterno.
Personalmente ritengo opportuna una fissazione maggiormente elastica
con 2-3 cambre di Coventry e quindi il confezionamento di un
apparecchio gessato per circa 40 giorni.
Il paziente farà quindi uso di stampelle senza caricare l'arto
e quindi al 40° giorno, dopo la rimozione del gesso, eseguirà
una radiografia di controllo.
A questo punto comincierà la deambulazione con carico
progressivo fino al carico totale nel giro di circa 15 giorni.
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